MOLLY BLOOM
da Ulisse di J. Joyce
Adattamento e regia di Chiara Caselli
(fuori stagione)
Ricordo il mio primo incontro con Molly. Era Piera degli Esposti. E ricordo mia madre, preoccupata che io capissi. Capivo, eccome. Era bellissimo, e semplice, e naturale. E forse devo anche a quella Molly l’essere diventata attrice.
Oggi, quando ho ripreso il testo per affrontarlo/incontrarlo da sola, semplice non mi è parso più. E’ stato difficile entrare nella matassa di un pensiero altrui. Ancor più difficile farla mia. Ma è alla stessa impressione di “naturale” provata al mio incontro con Molly che miro. Naturale nel senso biologico del termine. Se stai in silenzio un minuto, anche un minuto soltanto e osservi il tuo pensiero, vedrai come tutto sta insieme, il ricordo carnale dell’amore fatto la notte prima, le tette che il tuo amante ha succhiato, il latte che manca nel frigorifero che, ah, bisogna sbrinarlo, che altrimenti si rompe, e i soldi, adesso non ci sono, quello mi deve ancora pagare… Passato, presente futuro, tutto insieme per associazioni di immagini e sensazioni, senza quel legame logico che si struttura con ordine solo quando quel pensiero lo devi spiegare, ad altri o a te stesso.
Così è il monologo di Molly di Joyce nella mia intenzione, quanto di più vicino alla rappresentazione del funzionamento del nostro pensiero. Mi considero umile servitrice della scrittura di Joyce. È un tuffo vertiginoso nella mente, nel cuore e nella carne di Molly, che porta dentro di sé l’Umanità tutta; della nostra stessa materia è fatta, miseria e nobiltà, e sogni.











